Francescani di un tempo che fu. San Bartolomeo di Piancastagnaio (1278)
In questo 2026 con l’occasione della ricorrenza dell’800 anniversario della morte di San Francesco, ricordiamo “opportune, importune” (a proposito e a sproposito) quanto il Poverello avesse fortemente a cuore i suoi frati (v. la Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio):
“Cercava la salvezza delle anime con pietà appassionata, con zelo e fervida gelosia e, perciò, diceva che si sentiva riempire di profumi dolcissimi e, per così dire, cospargere di unguento prezioso, quando veniva a sapere che i suoi frati sparsi per il mondo, col profumo soave della loro santità, inducevano molti a tornare sulla retta via.
All’udire simili notizie, esultava nello spirito e ricolmava di invidiabilissime benedizioni quei frati che, con la parola e con le opere, trascinavano i peccatori all’amore di Cristo.
Per la stessa ragione, quelli che violavano la santa Religione con opere malvagie, incorrevano nella sua condanna e nella sua tremenda maledizione: «Da te, o Signore santissimo, e da tutta la celeste curia e da me pure, tuo piccolino, siano maledetti coloro che, con il loro cattivo esempio, sconvolgono e distruggono quanto, per mezzo dei santi frati di quest’Ordine, hai edificato e non cessi di edificare».
Spesso, pensando allo scandalo che veniva dato ai piccoli, provava una tristezza immensa, al punto da ritenere che ne sarebbe morto di dolore, se la bontà divina non l’avesse sorretto con il suo conforto.
Una volta, turbato per i cattivi esempi, con grande ansietà di spirito, pregava per i suoi figli il Padre misericordioso; ma si ebbe dal Signore questa risposta: «Perché ti turbi, tu, povero omuncolo? Forse che io ti ho costituito pastore della mia Religione, senza farti sapere che il responsabile principale sono io? Ho scelto te, uomo semplice, proprio per questo: perché le opere che io compirò siano attribuite non a capacità umane, ma alla grazia celeste. Io ho chiamato, io conserverò e io pascerò e, al posto di quelli che si perdono, altri ne farò crescere. E se non ne nasceranno, li farò nascere io; e per quanto gravi possono essere le procelle da cui questa Religione poverella sarà sbattuta, essa, col mio sostegno sarà sempre salva» (tratto da www.santuariodelibera.it/FontiFrancescane ...).
Tra gli amabili frati di San Francesco, gran parte di quelli che passarono in questo mondo è ignota, come si può dire convenga a un vero frate Minore. Conosciuta quindi solo al Signore, manifestò lo spirito della “santa religione” quando, mossa dall’ardore del Poverello, percorse l’Italia, raggiunse e abitò anche le più lontane colline e campagne.
Costruì conventi dove sembrava arduo farlo e si impegnò a far eseguire le opere materiali con la perizia e la competenza di altrettanto anonimi maestri muratori. Così avvenne per San Bartolomeo di Piancastagnaio, un tempo solitario monastero sul Monte Amiata dei francescani conventuali. La sua struttura è ancora oggi è ben conservata e salda mentre negli archivi le carte attestano la comprensione e la generosità nei confronti della fatica dei religiosi da parte di papi, vescovi e privati.
In particolare una pergamena di concessione di indulgenza in aiuto alla costruzione del nuovo convento, datata 5 settembre 1278, fu fatta scrivere dal vescovo di Sovana, Davide Dandini, per corroborare con un aiuto la costruzione “de novo” del monastero francescano. Questo il testo in latino:
“Frater David misericordia divina suanensis episcopus.
Universis Christi fidelibus tam clericis quam laicis in suanensi diocesi constitutis presentes licteras inspecturis.
Salutem in Domino sempiternam.
Quoniam ut ait apostolos omnes stabimus ante tribunal Christi recepturi prout in corpore gessimus sive bonum fuerit sive malum oportet nos diem messionis extreme misericordie operibus pervenire ac eternorum intuitu seminare in terris q.d reddente domino cum multiplicato fructu recolligere valeamus in celis firmam spem fiduciamque tenentes quod qui parce seminat parce et metet et qui seminat in benedictionibus de benedictionibus et metet vitam eternam.
Qum igitur quedam ecclesia fratrum minorum beati sancti Francisci apud Planum Castagnarium construatur de novo et personaliter accessimus ad eandem manibus propriis edificationis lapidem apponendo nec comode perfici possit ecclesia ante decta sine bonorum suffragio christianorum.
Universitatem vestra rogamus monemus et ortamur in Domino in remissionem vestrorum peccatorum quatenus cum fueritis requisiti ad edificationem ante decte ecclesie grata suffragia erogetis ut per hec et alia bona que Domino inspirante feceritis ad eterne vite gaudia recreamini pervenire.
Nos vero de omnipotentis Dei misericordia et beati Petri patroni nostri suffragiis robborati omnibus vere penitentibus et confessis qui ad dictam ecclesiam die q.o lapidem edificationis posuimus accessint quadraginta dies et alios quadraginta dies omnibus in operibus dicte ecclesie construende q. manum porrexerint adiutricem de iniuncta penitentia et devote recepta eis misericorditer in Domino relaxamus.
Dat. apud Planum Castagnarium die V. septembris intrantis MCCLXXVIII indictione VI”.
Traduzione:
Frate David, per misericordia divina vescovo di Sovana.
A tutti i fedeli di Cristo, chierici e laici, residenti nella diocesi di Sovana, che leggeranno le presenti lettere.
Salute sempiterna nel Signore.
Poiché, come dicono gli apostoli, tutti noi staremo davanti al tribunale di Cristo per ricevere secondo le opere compiute con il corpo, nel bene e nel male, è opportuno giungere al giorno della mietitura con le più grandi opere di misericordia e con lo sguardo rivolto all’eternità, e seminare sulla terra affinché, ricompensando il Signore con frutti moltiplicati, possiamo raccogliere in cielo, con ferma speranza e fiducia, perché chi semina scarsamente mieterà scarsamente e chi semina benedizioni mieterà benedizioni e la vita eterna.
Pertanto, poiché una certa chiesa dei frati Minori del beato San Francesco a Piancastagnaio viene costruita e noi stessi vi abbiamo contribuito personalmente, posando la prima pietra, e poiché la chiesa antedetta non può essere completata agevolmente senza il sostegno di buoni cristiani ...
Noi chiediamo alla vostra università, e consigliamo e esortiamo nel Signore, in remissione dei vostri peccati che, quando sarete richiesti per la costruzione della suddetta chiesa, offriate i vostri graditi suffragi affinché, attraverso queste e altre buone opere che compirete sotto l'ispirazione del Signore, possiate essere ristorati e giungere alle gioie della vita eterna.
Noi, tuttavia, per la misericordia di Dio onnipotente, rafforzati dai suffragi del nostro beato patrono Pietro, concediamo a tutti i veri penitenti e confessati che accederanno alla suddetta chiesa il giorno in cui abbiamo posto la prima pietra, quaranta giorni di indulgenza, e altri quaranta giorni a tutti coloro che daranno aiuto all’opera di costruzione e, loro ingiunta penitenza e devotamente ricevuta, li liberiamo misericordiosamente nel Signore. Dato a Piancastagnaio, il 5 settembre 1278, indizione VI.
Sul suddetto vescovo di Sovana Davide Dandini, frate cistercense, scrisse Ferdinando Ughelli nell’ Italia Sacra, III, alla parte dedicata alla sua diocesi. Ci si perdoni per la vetustà della fonte, ma non abbiamo trovato altro di significativo. Questo il testo tradotto:
“Davide, di Siena, monaco cistercense di San Galgano, distintosi per integrità morale e dottrina, fu eletto vescovo di Sovana nel 1270. La sua elezione fu ratificata da Gregorio X il 15 ottobre 1272, con lettera vaticana 69, fol. 22.
Egli risolse con equilibrio e saggezza tutte le controversie dei suoi predecessori, che erano state dibattute nella giurisdizione amiatina, nel 1279, così che quando l’arroganza successiva delle cause legali si fosse ribellata ai decreti, sarebbe stata distrutta dalla censura del monaco Davide.
Nel 1280, quando la virtù dell’uomo fu pienamente palese , fu incaricato da Niccolò III, sommo pontefice, di dirimere una grave e complessa controversia tra i monaci amiatini (San Salvadore) e il clero di Grosseto. Infatti, nei territori di Maremma quel monastero aveva una giurisdizione più ampia, in competizione con quella di Grosseto.
Pertanto, quando il 7 maggio ebbe emesso lodo conforme alla legge, risolse la lite. So che David visse fino all’anno 1283 e poco dopo morì con la reputazione di uomo di santità, avendo lasciato alla sua Chiesa una grande ricchezza, sia spirituale che materiale. Fu particolarmente caro ai senatori di Siena, ai quali fu di grande utilità negli affari pubblici.
Credo che il corpo di David sia stato portato al monastero di San Galgano e sepolto in una tomba di marmo, visibile senza iscrizione; così ci dicono i monumenti di quel monastero, nei quali si menzionano le ricchezze che David lasciò piamente al monastero stesso.
Il nostro abate (cistercense) Antonio Libanori lo menziona nella vita di San Galgano (la Vita del glorioso S. Galgano eremita cisterciense, Siena 1645) e afferma che David nacque dalla nobile famiglia Dandini di Siena, che in seguito, come vuole l’umana condizione, si trasferì nella città di Cesena, dove tra gli altri suoi uomini illustri, vi furono Girolamo Dandini, cardinale della Santa Romana Chiesa († 1599), e Marco Agrippa, vescovo di Iesi († 1603)”.
Di seguito l’Ughelli († 1670) trascrive il nostro documento del 1278 ricordando come che fosse collocato nel monastero di San Salvadore del Monte Amiata.
Oggi ne troviamo esemplare nell’Archivio di Stato di Firenze, nel Diplomatico proprio di San Bartolomeo di Piancastagnaio.
Paola Ircani Menichini, 2 ottobre 2026. Tutti i diritti riservati.
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